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martedì 5 gennaio 2016

Ama la tua infelicità. .

Ma come possiamo amare l’infelicità? E’ facile confondere la parola amore con gioia e entusiasmo, ma l’amore più grande è semplicemente accogliere ciò che è sapendo che passerà.

Vediamo quali sono i 5 passi da seguire che io stessa ho seguito nei momenti più oscuri e difficili della mia vita, quando la luce in fondo al tunnel era nascosta dietro la nebbia delle mie paure.

Non possiamo fare un passo in nessuna direzione evolutiva se non coltiviamo consapevolezza di noi stessi e dei nostri stati d’animo. Per allenare la nostra mente all’auto-consapevolezza, dobbiamo addestrarla a seguire il respiro e a rimanere concentrata solo su di esso.

Tu sei l’unico padrone della tua vita. Taglia cordoni ombellicali. Elimina vampiri energetici. Allontana persone tossiche. Rimbocca le maniche e diventa padrone di te stesso: dei tuoi pensieri, delle tue emozioni, delle parole che escono dalla tua bocca, e delle tue azioni. Non sei un robot programmato, sei un essere perfetto e molto potente, fa che ogni pensiero, parola e azione rifletta questa tua maestosità. Come fare? Semplice, respira, calma la mente prima di pensare, dire, e agire.

Sospendi il giudizio verso te stesso e verso tutto il mondo. Tu sei perfetto così come sei. Il mondo intorno a te è perfetto così come è perchè con le sue difficoltà ti porta a crescere e a evolverti nella versione più elevata di te stesso. Per fare questo puoi semplicemente sostituire qualsiasi tua imprecazione o frustrazione con “Tutto è perfetto, chissà dove sta il regalo questa volta?” Allena la mente a diventare curiosa, a pensare in maniera più aperta, più amorevole, più accogliente.

Quando sei consapevole di essere infelice, ma hai anche preso le redini della tua vita in mano, e hai imparato a vedere sempre regali nascosti ovunque, devi solo abbracciare l’impermanenza della vita. Osserva la tua infelicità in quel momento, senza entrare dentro la causa di essa, la storia scatenante, la colpa, la conversazione, la spiegazione. Non la spingere via per paura di soffrire, ovvero non negare ciò che provi. Tuttavia, non rimanere invischiato aggrappandoti ai suoi dettagli, ripetendoli cento volte, rimanendo dentro la storia per giorni. Solo silenzio, solo osservazione, e nota come la tua infelicità è semplicemente un vestito del giorno che tu puoi cambiare.

Con un po’ di allenamento noterai che i passi precedenti possono essere eseguiti in maniera abbastanza rapida e che al termine del processo lo stato d’animo si è allentato, non è più al centro del palcoscenico, ci sei tu al centro, il tuo stato d’animo è semplicemente una comparsa che entra e che esce dalla scena.
La cosa più importante, che poi è il filo conduttore di tutti e cinque i passi, ringrazia la tua infelicità perchè è proprio grazie a Lei che tu sai cosa non vuoi più nella tua vita. Inoltre, è sempre grazie a Lei che tu cerchi dentro te stesso la via verso la felicità perchè sai che te la meriti e che la puoi ottenere.
Un respiro alla volta..verso la consapevolezza.

Dott.ssa. Daniela Tofi www.psico-life.it danielatofi@hotmail.com

lunedì 7 dicembre 2015

È DIFFICILE DIRTI CIÒ CHE PROVO...alessitimia, analfabetismo emozionale.


“E’ difficile dirti ciò che provo”: alessitimia, l’analfabetismo emozionale fra normalità e patologia
Posted on18/11/2015AuthorantrodichironeLeave a comment

tu chiamale SE PUOI emozioni.docx(sola lettura)

“Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi”

(Machbeth, atto IV, scena III. Shakespeare)

“ E’ difficile dirti ciò che provo” : quante volte, parlando con un amico o con il proprio ragazzo/a, abbiamo pronunciato questa frase e soprattutto, abbiamo avuto difficoltà a dire alle persone care quello che proviamo per loro. Dare un nome alle emozioni, esprimere il proprio stato d’animo, sembra un processo così naturale e spontaneo che è faticoso credere che per alcuni sia complicato metterlo in atto.

Eppure a volte, risulta faticoso esprimere a parole quello che si prova. Quest’incapacità può essere associata alla paura o alla mancanza di coraggio, altre volte può rappresentare una manifestazione di un fenomeno originato dalla personalità che impedisce l’uomo di verbalizzare il proprio vissuto emotivo. In questo caso, stiamo parlando di persone che soffrono di alessitimia.

Alcune persone sono incapaci di riconoscere le emozioni, infatti il termine Alessitimia (dal greco a: mancanza; lèxis: parola; thimos: emozione) significa “mancanza di parole per le emozioni”, una sorta di “analfabetismo emozionale, una difficoltà non solo nel riconoscere le emozioni, ma anche quella di esplorare e di esprimerle.

Il costrutto dell’alessitimia si basa su osservazioni cliniche condotte all’inizio su pazienti che soffrivano di disturbi classificati come psicosomatici. Nelle malattie psicosomatiche, l’ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di uscita attraverso il corpo.

Il concetto di alessitimia fu però coniato da Sifneos per indicare un disturbo specifico nelle funzioni affettive e simboliche che spesso rende sterile e incolore lo stile comunicativo dei pazienti psicosomatici, confermando la difficoltà di quest’ultimi di esprimere i propri sentimenti soggettivi e aventi uno stile comunicativo caratterizzato da un’attenta attenzione per gli eventi esterni e da un’assenza o forte riduzione di fantasie legate alle pulsioni.

Ci sono alcune caratteristiche considerate peculiari per l’alessitimia:

Difficoltà di identificare i sentimenti e distinguerli dalle sensazioni somatiche;
Difficoltà nel descrivere e comunicare emozioni e sentimenti alle altre persone;
Processi immaginativi limitati;
Stile cognitivo orientato esternamente.
I soggetti alessitimici mostrano una marcata difficoltà a verbalizzare i propri stati emotivi, ma nella maggior parte dei casi non ne hanno consapevolezza. Possono mostrare uno scoppio improvviso di emozioni intense come ad esempio la rabbia, ma non collegano questa emozione ad un episodio specifico o ricordo.

Il soggetto è confuso riguardo le proprie emozioni, specialmente quelle riconosciute come ansia, tristezza e rabbia. A questo si associa la tendenza a manifestare somaticamente emozioni e a minimizzarne le componenti affettive. Il soggetto con alessitimia esprime quindi le proprie emozioni attraverso la componente fisiologica poiché incapace di elaborarne l’aspetto soggettivo vissuto. In un colloquio con un soggetto alessitimico può accadere che questi racconti in maniera estremamente dettagliata un evento e le circostanze connesse, ad esempio la lite con la propria partner e rimanere meravigliato se qualcuno gli fa notare che probabilmente ciò che ha provato in quella specifica situazione è rabbia. Questo sempre perché l’alessitimico ha la tendenza a riferire modificazioni somatiche senza comprendere che l’esperienza della rabbia comprende in sé tutte le sensazioni provate quali tremori o tensione muscolare.

La povertà di immaginazione e delle funzioni ad essa connesse è osservabile nell’attività onirica. Noi tutti siamo abituati a sognare e siamo consapevoli del carico emotivo che i sogni possono avere. I soggetti alessitimici invece, anche in queste situazioni sembrano incapaci di ricordare i sogni o la vita onirica banale. L’attività onirica, laddove presente, ha contenuti mentali fortemente arcaici (come ad esempio scene di violenza o perversioni sessuali) oppure è caratterizzata dalla ripetizione piuttosto stereotipata di avvenimenti diurni ed eventi della vita lavorativa. Stessa cosa per i sogni ad occhi aperti, che sono poveri sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo ed incentrati sulle stesse tematiche.

Gli alessitimici, inoltre, sono maggiormente concentrati su ciò che accade all’esterno. Essi descrivono le proprie esperienze o i vissuti emozionali senza alcun investimento affettivo, come se fossero spettatori più che attori della propria vita. Si focalizzano sugli dettagli, ma senza dare la sensazione a chi li osserva, di parteciparvi emotivamente. Inoltre, essi mostrano una scarsa capacità di sintonizzarsi con le emozioni altrui, mostrando difficoltà a formare e conservare nel tempo relazioni interpersonali intime ( Krystal, 1979).

Tra le possibili ipotesi correlate con lo sviluppo della patologia riveste un ruolo centrale lo stile di attaccamento, in particolare quello insicuro- evitante elaborato da Bowlby. Nel racconto delle storie affettive di persone alessitimiche emerge una ridotta disponibilità affettiva da parte delle figure di accudimento, molto spesso con la presenza di madri depresse o con disturbi di personalità.

L’ Alessitimia potrebbe considerarsi come una difesa contro un dolore psichico o un blocco della sfera affettiva causata da un trauma infantile. Diversi studi hanno dimostrato che i bambini separati dai genitori, anche per brevi periodi, tendono ad ammalarsi più facilmente e presentano difficoltà a regolare le proprie emozioni.

Questo disturbo può inoltre, svilupparsi in seguito a un grave trauma – tratti alessitimici sono stati descritti nei veterani di guerra o in soggetti che hanno subito maltrattamenti o abusi di natura sessuale – o a malattie che portano ad uno stato di pericolo di vita come cancro o trapianto.

In soggetti con condotte dipendenti, come i bevitori abituali o chi abusa si sostanze stupefacenti, si possono riscontrare alcune caratteristiche correlate con l’alessitimia. Sorge spontaneo chiedersi perché questo avviene. La motivazione può essere ritrovata nel fatto che il soggetto alessitimico, cerca di compensare la scarsa quantità e qualità delle emozioni attraverso esperienze che possono alterare lo stato di coscienza, utilizzate come una sorta di condotte compensatorie, la cui assenza porta alla formazione di somatizzazioni in alcuni casi anche gravi. Ciò viene espresso anche nella teoria sulla genesi dell’alessitimia elaborata da Grotstein (1997) il quale afferma : “ di fronte al pericolo di essere sommerso da una valanga di affettività incontrollata il soggetto organizzerebbe delle difese molto generali e massicce nei confronti dell’affettività’ “

Quali sono le conseguenze, nella vita quotidiana, dell’alessitimia?

Le persone che fanno parte della vita di chi soffre di alessitimia e con la quale hanno una relazione affettiva rivestono un ruolo importante nella vita del soggetto. Su queste ricadono le maggiori conseguenze del disturbo.

Gli alessitimici tendono a non riconoscere i sentimenti degli altri, nonostante affermino il contrario. Questo può causare non solo sofferenza ma anche continui inseguimenti sentimentali da parte delle persone che li circondano. All’inizio di una relazione chi soffre di questo disturbo, è capace di dare attenzioni amorevoli, ma allo stesso tempo improvvise e immotivate sparizioni.

Una comunicazione poco efficace è uno degli aspetti più significativo del disturbo ed è quella che crea più conflitti all’interno della famiglia.

Se pensiamo ad esempio ad una relazione di coppia, l’assenza di uno scambio emotivo e la mancanza di condivisione può trasformarsi in un problema deleterio per la coppia. L’alessitimico tenderà a farsi carico di tutti i problemi esterni alla coppia e non riuscirà a percepire i conflitti interni, né a cogliere il peso dei segnali emotivi.

Di conseguenza il partner, percepisce questo comportamento con un mancato interesse attribuendo stati d’animo spesso lontani dalla realtà.

I rapporti relazionali con i soggetti con questo tipo di disturbo sono generalmente scarsi ed oscillano tra una forte dipendenza verso qualcuno a cui si rivolge e si fa affidamento, ad una forma di isolamento ricercato e voluto con cui la persona decide deliberatamente di evitare qualsiasi contatto e condivisione con il prossimo, preferendo l’isolamento emotivo.

In conclusione, va specificato un punto importante del costrutto dell’alessitimia. Le persone con questo disturbo provano le nostre stesse emozioni, ma non sono coscienti di questa emotività. L’alessitimico vive l’emozione solo per via somatica, percependo quindi solo gli effetti fisici come ad esempio il batticuore o il nodo alla gola, senza però sapere come individuarne il significato. Come afferma LeDoux (1996), «Sono gli stati del cervello e le risposte del corpo i fatti fondamentali di un’emozione. I sentimenti coscienti sono solo decorazioni, la ciliegina sulla torta emotiva». La persona non inibisce o nega le emozioni, bensì non ha parole; in altri termini: non riesce ad esprimere.

Quindi non possiamo parlare di persone “senza cuore” o “fredde”, e quindi meno emotive, ma semplicemente di persone “non consapevoli”.

venerdì 27 novembre 2015

L'Ombra - una tipica storia di ombra e di come essa si potrebbe manifestare.

"Il signor B., padre di famiglia sempre gentile e premuroso, mai resosi colpevole di alcunché,  ha abituato tutti al suo anteporre gli interessi familiari ai suoi. Noto per l'assoluta disponibilità  nei confronti di parenti e amici, vicini, non di rado viene considerato un modello.
Tutti sono pieni di lodi per lui.Egli rappresenta il perfetto emblema del padre esemplare che si sacrifica per la famiglia, gli amici e i colleghi. Qualora gli si chieda un favore, si potrà  esser certi che vi adempira'.
Nel caso in cui si abbia bisogno di aiuto egli sarà  sempre presente. Tuttavia un giorno - e per ognuno  in modo inaspettato - egli esce completamente dal suo ruolo.
Per un breve momento, diventa qualcuno finora sconosciuto: un criminale che conficcato un coltello da pane nel ventre della propria  moglie, inseguendo anche il figlio con l'intento di ucciderlo.
Lo spettro scompare così  inaspettatamente  come aveva fatto irruzione.
Orbene il Sig.  B. sprofonda in sé  e ridotto ad uno straccio, si lascia arrestare dalla polizia senza alcuna resistenza.
Una giornalista, sforzandosi invano di spiegare a parole l'inspiegabile, lo "descrivera'" comunque un uomo finito.
Un minuto di dominio dell'ombra ha annientato decenni di vita borghese ben delineata.
Da un momento all'altro il padre buono è  diventato per tutti il cattivo uomo - ombra.
A ben ragione il nostro mondo dimentica assai rapidamente  tali uomini - ombra,  li bandisce il più  velocemente possibile dalla normale quotidianità  e li rinchiude in prigione o in istituti inaccessibili.

...Quando l'ombra viene repressa molto a lungo e con sistematica persistenza, essa può  agire in maniera completamente  estraneità,  come se non appartenesse alla persona corrispondente"

Tratto dal libro "Ombra apri la tua porta al lato oscuro della tua anima" , di R. Dahlke

lunedì 23 novembre 2015

LA FELICITÀ

La felicità  consiste nel provare. .godere. .sentire..quello che ha di bello la vita in serbo per noi.
Si tratta di un'abilità  individuale e non di un'eventualita' del destino. Tutti possono essere felici se imparano a capire come si fa ad esserlo. Infatti, per vivere una vita felice è  necessario essere capaci di godere di ciò  che già  si ha..senza comunque  rinunciare ad avere obiettivi di crescita e miglioramento.
La felicità  non va ricercata nel futuro, ma nel presente, perché  non dobbiamo dimenticare che il nostro attuale presente è  il futuro che immagine amo per noi qualche tempo fa. Molti dei nostri desideri sono stati realizzati, ambiziosi traguardi sono stati raggiunti.
Ma siamo per questo felici ora? La risposta...sono sicura è  no.

Ognuno di noi ha qualcosa che ancora gli manca per essere felice: il matrimonio, un lavoro, la carriera, la casa, la laurea...
L'evasione dal presente, l'incapacità  di prendere decisioni, la tendenza alla procastinazione determinano l'idealizzazione del proprio  futuro, che intanto diventa presente e la storia continua. La felicità,  sempre rimandata a domani, continua a sfuggire alla nostra esistenza, nell'illusione che qualche forza magica, soprannaturale o anche proveniente da qualche misteriosa area del proprio Sé possa finalmente risvegliarsi e risolvere per incanto tutti i problemi.
A volte l'infelicita' deriva dalla sensazione di non avere o non avere abbastanza, di ciò  che è  necessario per vivere bene.

Molto spesso si tratta di bisogni indotti dall'ambiente sociale in cui viviamo, dalla società ed in particolare da quei persuasoi occulti che, con logiche sottili ed ingannevoli, cercano di condizionare nelle scelte e soprattutto  nei consumi.

La felicità è  nel presente..non conta quanto abbiamo, ma quanto riusciamo a godere di quello che possediamo.

Dott.ssa  Daniela Tofi www.psico-life.it danielatofi@hotmail.com

martedì 17 novembre 2015

Autostima: SONO FIERO/A DI ME STESSO/A

Sono fiero di me stesso..

Non dimenticare che TU sei il tuo migliore amico e il tuo primo critico.

A  prescindere dalle opinioni degli altri, il volto che devi saper guardare allo specchio con orgoglio alla fine della giornata è  il tuo.

Ciò  che pensi di te stesso è  cruciale per il tuo benessere a lungo termine.
Cerca sempre di fare in modo che le tue azioni possono renderti orgoglioso di te stesso.

Fai in modo che i tuoi comportamenti  riflettono i tuoi pensieri e i tuoi valori, non quelli degli altri.

Ciò  accrescera' in un circolo vizioso la tua autostima e ti fornirà  la carica necessaria per affrontare  con entusiasmo, serenità  e determinazione  le sfide che la vita ti porrà  davanti.

Cerca sempre di avere bene in mente la persona che vuoi diventare e agisci di conseguenza.
Essere fiero di te stesso non significa comportarti in maniera arrogante o ritenersi perfetto.

Significa riconoscere che hai delle qualità come individuo che ti rendono meritevole di affetto e amore.

dott.ssa. Daniela Tofi
www.psico-life.it danielatofi@hotmail.com

venerdì 30 ottobre 2015

Vampiri emozionali

Vi è mai successo di incontrare qualcuno e poi sentire un senso di spossatezza, un cambio repentino d’umore, pensieri negativi che assillano? Se vi è successo probabilmente vi siete imbattuti in un vampiro emozionale.
Il “vampiro emotivo”si nutre d voi e, passo dopo passo, tende con artifici anche sottili, a soggiogarvi fino ad annichilirvi per sopravvivere.

I vampiri sono ovunque, in ufficio, nei centri commerciali, in palestra, in casa. Possono essere chiunque, si possono nascondere sotto molte vesti e possono assumere i connotati di amici e parenti…..può essere il collega di lavoro, il capo, un amico, la moglie, il marito, la fidanzata.

I vampiri emozionali non sono sempre consapevoli del loro ruolo e spesso non sono nemmeno persone cattive.
Siamo di fronte a persone che invadono la nostra libertà senza porsi alcun limite e che sono convinte che tutto il resto dell’umanità sia stata creata per soddisfare i loro bisogni. Sembra una persona normale ma, lentamente, dopo essersi conquistata la vostra simpatia, inizierà a succhiare tutte le vostre energie emozionali.

Alcuni hanno bisogno della nostra energia e della nostra luce per sopravvivere, incapaci di farlo contando solo sulla propria. Insufficiente o negativa che sia. Altri, i più pericolosi, quell’energia e quella luce che emaniamo, desiderano solo smorzarla, fino a spegnerla.

Il Vampiro energetico inconsapevole

Il Vampiro energetico non deve avere per forza intenzioni maligne. Anzi, molti si trovano nella cerchia degli amici o in famiglia. Di solito sono persone molto fragili, spaventate, prive di qualunque autonomia emotiva, bisognose di costante attenzione, che vedono negli altri solo la stampella necessaria per fare il prossimo passo.
Al contrario, alcune sono persone talmente esuberanti da travolgere con la loro vitalità tutto ciò che le circonda, incuranti dell’effetto ciclone che possono avere sul prossimo.

 
Ci sono poi le persone prive di qualunque senso pratico, che navigano a vista, sempre alle prese con problemi complessi, su cui chiedono continuamente consigli che non seguiranno mai. Che dopo aver ingarbugliato fino all’inverosimile le situazioni, pretendono il tuo aiuto per uscirne. Sono convinti che tu sia sempre lì, pronto a intervenire per togliere loro le castagne dal fuoco. Persone che, più che un amico o un parente, ti vedono come un Pronto Soccorso emotivo e pratico, sempre aperto.

In realtà, è difficile ammettere che in famiglia o tra gli amici più stretti, si celi un Vampiro energetico pronto a dissanguarci. Per affetto o consuetudine, tendiamo a minimizzare le avvisaglie e a giustificare in ogni modo comportamenti atti a spremere ogni goccia della nostra energia vitale.

Il Vampiro energetico consapevole

Il Vampiro energetico consapevole, colpisce sapendo di colpire. E’ abbastanza riconoscibile e di solito ce lo troviamo intorno senza aver fatto molto per attirare la sua attenzione. Forse perché siamo stati noi ad aver attirare la sua. Sono persone che fanno di tutto per entrare a forza nella nostra vita, usando diverse chiavi d’accesso e sono abbastanza riconoscibili.

Alcuni chiedono continuamente conferma alle loro parole, nel tentativo di deviare le tue idee e far sì che avvalori le loro. Il vittimista, che usa le sue sciagure e sofferenze, per entrare nelle tue grazie e nutrirsi della tua energia per superarle.

Quello che ti sta costantemente addosso, che ti travolge con i suoi discorsi incurante delle tue opinioni; che vive aggrappato agli altri, per riuscire a galleggiare nel suo piccolo mare di solitudine.
Altri si celano dietro un apparente distacco, parlano molto poco di se stessi e fanno sì che la loro vita rimanga un arcano. Attaccano per lo più persone influenti o in posizioni di comando, da poter manipolare per i loro scopi e per appagare la loro sete di potere frustrata.

In sintesi, come si riconoscono?

Amano nascondere le loro battute offensive in un atteggiamento di falsa cordialità e amicizia
Criticano il comportamento degli altri e sono pronti a sfruttare le ingenuità degli altri per poterne trarre un vantaggio personale
Non rispettano nessuna regola e vedono le relazioni interpersonali come qualcosa da poter sfruttare a proprio vantaggio
Di solito hanno un atteggiamento amichevole che nasconde il loro vero intento che è quello di servirsi degli altri per ottenere dei benefici senza dare nulla in cambio
La loro strategia è quella di dare alle loro vittime l’illusione della loro disponibilità che non si concretizzerà mai
Quali altre strategie adottano?

Una strategia che viene adottata frequentemente dal vampiro è quella del ricatto emotivo che sfrutta facendo sorgere in noi dei forti sensi di colpa che lo aiuteranno a manipolarci con maggior facilità.

Un altra tattica è quella del vittimismo emotivo che mettono in atto impersonando il ruolo della vittima.

Ecco 17 tipologie di vampiri energetici che distruggono la felicità

Ne esistono davvero tanti e ciascuno ha origini ben precise, ma anche se ogni tipologia di Vampiro energetico segue un diverso modus operandi, lo scopo è comune a tutti. La loro sopravvivenza a discapito del tuo benessere.

Il problema è che i vampiri emozionali non solo ci provocano un disagio momentaneo, ma, a forza di rapportarci con loro giorno dopo giorno, ci causano grande stress e angoscia, non solo a livello emotivo, ma anche fisicamente. In realtà, non possiamo dimenticare che le emozioni sono contagiose e che gli stati emotivi negativi mantenuti nel tempo possono dare origine a numerose malattie. Quindi il primo passo per affrontare i vampiri emozionali è imparare a distinguerli. Per approfondimento leggi “Vampiri emozionali, come riconoscerli”

1 Adulatore
E’ abituato a riempire gli altri di complimenti falsi e di lodi non sincere.

2 invidioso
Si sente inferiore ed è costantemente invidioso delle doti o dei successi ottenuti da amici e parenti.

3 pettegolo
Attacca sempre bottone ed ama parlare dei fatti degli altri. Non gli sfugge nessun dettaglio che poi prontamente riporta a chiunque gli capiti a tiro.

4 autoritario
Impone la sua presenza facendo leva sulla sua presunta superiorità; non ammette che venga offuscata la sua autorità e si sente soddisfatto quando riesce a controllare qualcuno.

5 appiccicoso
Stabilisce dei legami stretti ed indissolubili con le persone che sceglie. E’ il suo modo per approfittare della loro linfa ed energia vitale.

6 controllore
Con l’astuzia si intromettono nella vita altrui riuscendo a controllarla e ad imporre la loro volontà. Per mantenere il controllo fanno ricorso al senso di colpa.

7 pessimista
Ha una visione pessimistica e negativa della vita e non perde occasione per piangersi addosso.

8 approfittatore
E’astuto e particolarmente abile nell’ottenere dagli altri ciò che desidera.

9 chi rinfaccia
E’ una persona che ha il vizio di rinfacciare tutto, comprese le azioni mai compiute.

10 altruista
Sembra ben disposto verso gli altri invece si nutre della loro energia lasciandoli stanchi ed indeboliti.

11 ipocondriaco
Sempre malato, le patologie sono il suo unico argomento. Affossa chi lo ascolta con il racconto dettagliato dei sintomi che lo affliggono.

12 contestatore
E’ un vampiro energetico sempre pronto alla protesta e alla contestazione. Il suo atteggiamento è di prevaricazione e violenza.

13 irascibile
Perennemente corrucciato ed arrabbiato con il mondo intero si sfoga con gli altri, subissandoli con il suo cattivo umore.

14 negativo
Basa il suo potere su assurde profezie catastrofiche con le quali mira a terrorizzare le persone con le quali vive. Utilizza la paura ed il timore per indebolire e poter rovinare la felicità altrui.

15 derelitto
Per far presa mette in evidenza la terribile condizione nella quale vive. Cerca di mettersi al centro dell’attenzione puntando sui problemi che gli rendono la vita impossibile.

16 illuminato
E’ un vampiro energetico che si spaccia per una grande personalità mentre non riesce a far altro che assorbire la linfa vitale di chi gli sta accanto.

17 moralista
Si tratta di persone che si ergono a giudici degli altri e non esitano ad imporre schemi e regole.

Quali sono i sintomi?

Se siete caduti nelle mani di un vampiro energetico vi accorgerete immediatamente che la sua presenza vi metterà di cattivo umore, se il legame che si crea tra voi è di dipendenza, però, potrebbe avvenire l’esatto contrario (provocando in voi malumore, quasi un bisogno morboso e malsano)… vi toglierà comunque energia, lasciandovi stanchi e demotivati.

Malgrado il suo atteggiamento amichevole avrete la sensazione che questa persona non vi rispetti e la sua presenza vi darà fastidio e imbarazzo.

Il vampiro potrebbe anche provocarvi dei forti mal di testa, stanchezza eccessiva, sensi di colpa e insicurezza; proverà sicuramente a farvi isolare da amici e familiari così che avrete solo lui come unico referente ed allora sarà difficile sfuggirgli o separarsi da lui.

Ricordate

Con questa tipologia di persone non vale la pena perdere tempo, difficilmente cambieranno e non si meritano la vostra considerazione……

Se volete essere davvero felici nella vita, è fondamentale eliminare i rami secchi e circondarsi di persone positive e vitali, che vi stimano ed apprezzano per quello che siete, che vi sostengono e vi incoraggiano senza prevaricarvi, e soprattutto, senza rubarvi la vostra preziosa energia!

dott. sta Daniela Tofi www.psico-life.it danielatofi@hotmail.com

mercoledì 21 ottobre 2015

Sincronicita'

CHE COSA CI COLLEGA?
Nel libro di Jung, ‘Il principio di connessione acausale’, vi è un significato soggettivo che ci collega. Senza un osservatore (tu), non c’è mente, non c’è sincronicità, non c’è significato. I pensieri sono collegati agli eventi, la mente è connessa ai movimenti della materia, e questo è soggettivo; vi è l’assenza di una causa oggettiva (è acausale).
La mia ricerca è iniziata con Carl Jung, ma già millenni prima di Jung l’uomo aveva vissuto la sincronicità. Prima di ‘sincronicità’, l’umanità antica usava parole come compassione, armonia e unità.
Nel IV secolo a.C. il filosofo greco Eraclito vedeva tutte le cose come interconnesse: nulla è isolato e tutte le cose sono collegate. Similmente, Ippocrate diceva: «Esiste un flusso comune, un respiro comune. Tutto è in accordo». L’idea classica che la separazione sia un’illusione include anche un legame tra gli oggetti inanimati. Alcuni dicono che tutta la materia ha una coscienza.

L’immagine del ruscello è concessa da Shutterstock.
IL RUOLO DELLA COSCIENZA E IL PARANORMALE NELLA SINCRONICITA’
In tutta la sua vita, Jung si è interessato – e ha avuto diverse esperienze – di paranormale. A lavorare con lui c’era il fisico vincitore del premio Nobel Wolfgang Pauli che ha presumibilmente avuto esperienze con la telecinesi. Quando era in giro si verificavano spesso dei guasti catastrofici alle attrezzature sperimentali. Ci ha sempre scherzato su, ma gli altri scienziati temevano la sua presenza negli esperimenti, perché pensavano che la causa fosse sua. In fisica questo effetto è infatti rimasto noto come ‘Effetto Pauli’.
Insieme, Jung e Pauli sono stati gli scienziati pionieri della parapsicologia. Molti altri sono andati avanti negli studi, e la coscienza viene spesso vista come la chiave per spiegare abilità come la telecinesi, la visione a distanza e la precognizione.
Un grande esempio sono i ‘campi morfici’ di Rupert Sheldrake. Egli ci mostra come i campi possano creare delle relazioni. Nel suo libro, ‘Una nuova scienza della vita’, Sheldrake cita degli esperimenti nei quali viene data ai ratti una specifica formazione e, in seguito, i ratti presenti in un altro laboratorio sono più facilmente in grado di imparare la stessa cosa. È come se i ratti condividessero un campo nel quale le conoscenze acquisite attraverso questo allenamento diventano disponibili per tutti.
Il fisico David Bohm, in ‘Ordine implicito ed esplicito’, afferma che la coscienza inizia all’esterno del nostro spazio-tempo, nel ‘flusso’ in cui è presente tutta la conoscenza e la nostra realtà materiale prende forma. Essa poi si dispiega nella nostra dimensione, per poter ritornare di nuovo al flusso.
Queste teorie, assieme a quelle esplorate da Michael Talbot nel famoso ‘Universo olografico’ o dal fisico David Peat in ‘Significato e Forma’, ipotizzano tutte l’esistenza di un substrato al di sotto della nostra realtà materiale e temporale.
La coscienza stessa non può essere quantificata scientificamente. Molti credono che esista fuori dal cervello – nel concetto tradizionale indiano di campo, o ‘Akashic’, esiste un compendio di tutte le conosce di tutti gli esseri senzienti esistiti del tempo. Sebbene questo sia d’accordo con molte di queste teorie in merito all’esistenza di una ‘matrice’, qual è l’intelligenza al lavoro dietro tutto questo?

UNA FORZA INTELLIGENTE
L’umanità ha da tempo riconosciuto l’esistenza di un’Intelligenza maggiore, sebbene appaia in diverse forme; e anche i più grandi scienziati della Storia sono arrivati alla stessa conclusione. Einstein disse: «Tutti coloro che sono seriamente coinvolti nella ricerca scientifica si convincano che lo spirito sia una manifestazione delle leggi dell’Universo – uno spirito di gran lunga superiore a quello dell’uomo».
Max Planck, uno dei padri fondatori della fisica quantistica, ha detto: «Tutta la materia ha origine ed esiste solo in virtù di una forza. Dobbiamo assumere che dietro questa forza ci sia l’esistenza di una mente cosciente e intelligente. Questa mente è la matrice di tutta la materia».
Isaac Newton riteneva che l’universo fosse meccanico, messo in moto da Dio e poi lasciato andare. Ci sono altri che credono nel fatto che l’esistenza sia un’emanazione di Dio. Alcuni non credono che esista proprio alcun tipo di intelligenza esterna. Questo non è ciò che penso io.
Molte di queste teorie e credenze sostengono che i nostri pensieri possano alterare il mondo esterno in relazione a noi stessi. Sebbene ci sia un’intelligenza che coordina, tu sei un co-creatore.
Quando la sincronicità si manifesta come un evento esterno, correlato in maniera acausale e significativa ai propri pensieri, è chiaro come si stia aiutando a crearlo.
Ma gli eventi coincidono anche senza che noi li pensiamo, come il momento della mia nascita. Dentro di noi abbiamo sempre saputo che noi siamo sempre stati guardati, persino in una stanza vuota, non siamo mai veramente soli. Quante volte gli eventi si allineano in maniera così strana e statisticamente improbabile da credere che si siano verificati per caso? Essi devono provenire dall’esterno. Ciò significa che la Fonte o l’Unità che in definitiva controlla il tutto è là fuori.
E anche Albert Einstein, d’altronde, una volta ha detto: «La sincronicità è il miglior modo per Dio di rimanere anonimo».

d.tofi
Www.psico-life.it
danielatofi@hotmail.com

sabato 17 ottobre 2015

LE MASCHERE

Le maschere o finzioni funzionali secondo la psicologia

Chi è “ingabbiato nella maschera” non vede il proprio Sé ma coglie in essa l’unico ed esclusivo modo di esserci. Le maschere o “finzioni funzionali” o “rappresentazioni abituali del falso Sé” o “enneatipi in regressione” più frequenti sono:

La maschera persecutoria

Le azioni della quale si concentrano sulle seguenti modalità comportamentale: il ricattare e l’intimidire, con il ricorso ad un atteggiamento aggressivo verbale e fisico; il chiedere con comportamenti arroganti, vendicativi, colpevolizzanti e pretenziosi; la colpevolizzazione.

La maschera narcisistica

Rappresentata da un eccesso di innocenza o ingenuità o falsa e melensa modestia, attraverso la quale il soggetto, impossibilitato a vedere l’altro per quello che è tende ad idealizzarlo o a manipolarlo.

La maschera vittimistica o depressiva

Si manifesta con la tendenza alla svalutazione di sé per avere il controllo dell’altro. E’ una delle forme di manipolazione più potente che esista.


La maschera del salvatore

Si manifesta attraverso il soccorrere, l’iper-accudire, un’accentuata sollecitudine a soddisfare tutte le necessità dell’altro per renderlo ulteriormente dipendente.

La maschera dell’evitante

Il soggetto, al fine di evitare una condizione di assorbimento intersoggettivo  che lo porrebbe nella condizione di sentirsi invaso dall’altro, reagisce assumendo un atteggiamento di freddezza, noncuranza, assenza di passione e cinico distacco.

La maschera del manipolatore affettivo

Il soggetto cerca di corrompere l’altro, con il potere, il denaro, l’amore, il sesso, la generosità, l’adulazione, la compiacenza, lo squadro magnetico e il fascino.

La maschera del dipendente

Si manifesta attraverso l’elemosinare affetto e il pietire l’amore dell’altro.

La maschera della falsa ricettività o remissiva compiacenza

Si manifesta nella forma della falsa disponibilità o della compiacenza o nel non dire mai di no di fronte ad ogni richiesta.

La maschera della falsa passività

Si manifesta attraverso il mancato coinvolgimento affettivo, energetico e la paura di amare, con l’intento non solo di deresponsabilizzarsi, ma soprattutto di ottenere che l’altro faccia qualcosa al nostro posto.

La maschera della falsa autosufficienza

Nasconde la paura di essere rifiutato ed abbandonato.

Per concludere…

Se la  maschera è “di inadeguatezza” ecco che la visione del mondo sarà caratterizzata da insicurezza, senso di difficoltà, paura, svalutazione e diffidenza nei confronti dell’esterno: questa “maschera”, anche se non corrisponde alla vera identità del soggetto – che avrà ovviamente anche altre qualità –  farà sì che lo stesso venga percepito come un soggetto di cui  “diffidare” in quanto persona piena di difficoltà e di difese che non stimolano fiducia negli altri.

Ecco che la maschera – il nostro falso Sé – si impadronisce della nostra essenza non permettendoci di contattarla anzi, finisce per produrre pensieri e comportamenti che attraggono esattamente l’uguale.

Una maschera troppo rigida tende a portare a regressioni il che può essere un vero pericolo per la psiche che si trova a non avere un sufficiente spazio per crescere.

E’ quindi importantissimo capire bene quali sono le “maschere” che abbiamo dovuto indossare in modo da utilizzarle al meglio per sviluppare le qualità e capacità intrinseche che possono poi guidarci alla costruzione della reale identità dell’Io.

Per evolvere, conoscere ed amare in autenticità d’intenti, per guarire le nostre relazioni ed il nostro corpo, occorre che diventiamo consapevoli delle nostre maschere e del modo in cui ci imprigionano nelle nostre quotidiane menzogne.

Testo parziale tratto da “La natura dei conflitti” di F. Manetti”