giovedì 22 ottobre 2015

Perché ci identifichiamo con le nostre emozioni?

Io ho delle emozioni, ma non sono le mie emozioni.
Io ho dei pensieri, ma non sono i miei pensieri”. – Assagioli –

Quante volte ci identifichiamo con quello che stiamo vivendo.
“Che stato di confusione, forse ha ragione mia madre, sono un’incapace”. “Questa rabbia non mi da tregua, che sia diventata una persona rancorosa?”. “La tristezza mi uccide, proprio non riesco ad essere solare”. “Lei mi ha lasciato, allora sono disperato”.

Senza accorgerci di farlo, tendiamo a creare un’immagine di noi stessi in base alle nostre emozioni e ai nostri pensieri. “Ho fatto pensieri cattivi, quindi sono una persona cattiva” crediamo. “Cambio sempre idea, allora sono una persona incostante”. Accostare l’essere all’avere è un gioco però pericoloso.

Io HO pensieri, ma non sono quei pensieri. Posso avere pensieri di paura come di gioia. Di noia come di entusiasmo. Di rabbia come di pace. Non importa. Sono pensieri che attraversano il mio stato d’essere ma non sono “Me”. Bisogna stare attenti a come formuliamo i nostri pensieri, lo dico come ipnologo: noi ogni giorno ci ipnotizziamo e condizioniamo con i nostri pensieri.

Il processo di identificazione con i pensieri e le emozioni che viviamo non è qualcosa che ovviamente accade dall’oggi al domani. È un processo lento, silenzioso, che scava a nostra insaputa nel nostro inconscio.

Pensa a quante volte ti sarai identificato con i tuoi sbagli, ad esempio. “Faccio sempre lo stesso errore” ti ripeti. In quel momento stai marcando dentro di te con l’evidenziatore un giudizio. Non su qualcosa che fai e che quindi puoi cambiare, ma su qualcosa che sei. E l’essere per sua natura è qualcosa di permanente, di duraturo, di immortale. Ma soprattutto qualcosa di neutro. Siamo noi che diamo le etichette al nostro “essere”: sono così, sono cosà.
Un modo corretto invece di esprimerti e di rivolgerti a te stesso è: “Sto attraversando una fase di angoscia, ma io non sono quell’angoscia”. “Da quando mi ha lasciato vivo stati di ansia, ma io so che non sono quell’ansia”.

Ecco il segreto per essere in pace con la propria mente ma anche con il proprio spirito: non identificarti mai con quello che stai vivendo.
Vivilo, e poi lascialo andare.
Prova a ripetere dentro di te, come un mantra, queste parole.

“Io ho delle emozioni, ma non sono le mie emozioni.
Io ho dei pensieri, ma non sono i miei pensieri”.

Un caro saluto.

mercoledì 21 ottobre 2015

Sincronicita'

CHE COSA CI COLLEGA?
Nel libro di Jung, ‘Il principio di connessione acausale’, vi è un significato soggettivo che ci collega. Senza un osservatore (tu), non c’è mente, non c’è sincronicità, non c’è significato. I pensieri sono collegati agli eventi, la mente è connessa ai movimenti della materia, e questo è soggettivo; vi è l’assenza di una causa oggettiva (è acausale).
La mia ricerca è iniziata con Carl Jung, ma già millenni prima di Jung l’uomo aveva vissuto la sincronicità. Prima di ‘sincronicità’, l’umanità antica usava parole come compassione, armonia e unità.
Nel IV secolo a.C. il filosofo greco Eraclito vedeva tutte le cose come interconnesse: nulla è isolato e tutte le cose sono collegate. Similmente, Ippocrate diceva: «Esiste un flusso comune, un respiro comune. Tutto è in accordo». L’idea classica che la separazione sia un’illusione include anche un legame tra gli oggetti inanimati. Alcuni dicono che tutta la materia ha una coscienza.

L’immagine del ruscello è concessa da Shutterstock.
IL RUOLO DELLA COSCIENZA E IL PARANORMALE NELLA SINCRONICITA’
In tutta la sua vita, Jung si è interessato – e ha avuto diverse esperienze – di paranormale. A lavorare con lui c’era il fisico vincitore del premio Nobel Wolfgang Pauli che ha presumibilmente avuto esperienze con la telecinesi. Quando era in giro si verificavano spesso dei guasti catastrofici alle attrezzature sperimentali. Ci ha sempre scherzato su, ma gli altri scienziati temevano la sua presenza negli esperimenti, perché pensavano che la causa fosse sua. In fisica questo effetto è infatti rimasto noto come ‘Effetto Pauli’.
Insieme, Jung e Pauli sono stati gli scienziati pionieri della parapsicologia. Molti altri sono andati avanti negli studi, e la coscienza viene spesso vista come la chiave per spiegare abilità come la telecinesi, la visione a distanza e la precognizione.
Un grande esempio sono i ‘campi morfici’ di Rupert Sheldrake. Egli ci mostra come i campi possano creare delle relazioni. Nel suo libro, ‘Una nuova scienza della vita’, Sheldrake cita degli esperimenti nei quali viene data ai ratti una specifica formazione e, in seguito, i ratti presenti in un altro laboratorio sono più facilmente in grado di imparare la stessa cosa. È come se i ratti condividessero un campo nel quale le conoscenze acquisite attraverso questo allenamento diventano disponibili per tutti.
Il fisico David Bohm, in ‘Ordine implicito ed esplicito’, afferma che la coscienza inizia all’esterno del nostro spazio-tempo, nel ‘flusso’ in cui è presente tutta la conoscenza e la nostra realtà materiale prende forma. Essa poi si dispiega nella nostra dimensione, per poter ritornare di nuovo al flusso.
Queste teorie, assieme a quelle esplorate da Michael Talbot nel famoso ‘Universo olografico’ o dal fisico David Peat in ‘Significato e Forma’, ipotizzano tutte l’esistenza di un substrato al di sotto della nostra realtà materiale e temporale.
La coscienza stessa non può essere quantificata scientificamente. Molti credono che esista fuori dal cervello – nel concetto tradizionale indiano di campo, o ‘Akashic’, esiste un compendio di tutte le conosce di tutti gli esseri senzienti esistiti del tempo. Sebbene questo sia d’accordo con molte di queste teorie in merito all’esistenza di una ‘matrice’, qual è l’intelligenza al lavoro dietro tutto questo?

UNA FORZA INTELLIGENTE
L’umanità ha da tempo riconosciuto l’esistenza di un’Intelligenza maggiore, sebbene appaia in diverse forme; e anche i più grandi scienziati della Storia sono arrivati alla stessa conclusione. Einstein disse: «Tutti coloro che sono seriamente coinvolti nella ricerca scientifica si convincano che lo spirito sia una manifestazione delle leggi dell’Universo – uno spirito di gran lunga superiore a quello dell’uomo».
Max Planck, uno dei padri fondatori della fisica quantistica, ha detto: «Tutta la materia ha origine ed esiste solo in virtù di una forza. Dobbiamo assumere che dietro questa forza ci sia l’esistenza di una mente cosciente e intelligente. Questa mente è la matrice di tutta la materia».
Isaac Newton riteneva che l’universo fosse meccanico, messo in moto da Dio e poi lasciato andare. Ci sono altri che credono nel fatto che l’esistenza sia un’emanazione di Dio. Alcuni non credono che esista proprio alcun tipo di intelligenza esterna. Questo non è ciò che penso io.
Molte di queste teorie e credenze sostengono che i nostri pensieri possano alterare il mondo esterno in relazione a noi stessi. Sebbene ci sia un’intelligenza che coordina, tu sei un co-creatore.
Quando la sincronicità si manifesta come un evento esterno, correlato in maniera acausale e significativa ai propri pensieri, è chiaro come si stia aiutando a crearlo.
Ma gli eventi coincidono anche senza che noi li pensiamo, come il momento della mia nascita. Dentro di noi abbiamo sempre saputo che noi siamo sempre stati guardati, persino in una stanza vuota, non siamo mai veramente soli. Quante volte gli eventi si allineano in maniera così strana e statisticamente improbabile da credere che si siano verificati per caso? Essi devono provenire dall’esterno. Ciò significa che la Fonte o l’Unità che in definitiva controlla il tutto è là fuori.
E anche Albert Einstein, d’altronde, una volta ha detto: «La sincronicità è il miglior modo per Dio di rimanere anonimo».

d.tofi
Www.psico-life.it
danielatofi@hotmail.com

domenica 18 ottobre 2015

LE 5 FERITE EMOTIVE CHE CI IMPEDISCONO DI VIVERE SERENAMENTE. ...


le cinque ferite

Alcuni aspetti della nostra esistenza ci impediscono di vivere serenamente. La nostra mancanza di gioia di vivere o addirittura la nostra rassegnazione potrebbero essere legate a una o più ferite. Si parla di cinque ferite emotive fondamentali nate dal rifiuto, dall’abbandono, dal tradimento e dall’aver subito un’ingiustizia o un’umiliazione.

Le persone che hanno subito una o più di queste cinque ferite sviluppano delle maschere per non vederle e per non sentirle. Queste maschere impediscono di identificare le ferite emotive e di guarirle. Per riuscire a comprenderle e a risolverle è necessario andare in profondità, in un viaggio che può risultare doloroso ma che rappresenta l'unica via di guarigione.

Secondo le teorie di Lise Bourbeau, esperta di crescita personale, possiamo guarire le nostre ferite emotive soltanto andando alla loro ricerca e facendole riemergere, senza nasconderle. A parere dell’esperta ognuno di noi nasce con delle ferite emotive. Risolverle per riuscire ad essere felici fa parte del progetto della vita.

Il grado della nostra sofferenza fisica e psicologica può essere un’indicazione di quanto siano profonde le nostre ferite. Il processo di guarigione può essere molto lungo. Lise Bourbeau fa risalire le ferite che dobbiamo affrontare in questa vita alle vite precedenti. Per guarire le nostre ferite emotive dobbiamo cercare di eliminare i filtri e di abbattere le barriere che ci separano da esse.

Forse stiamo cercando di barricarci dietro convinzioni errate o di nascondere le nostre sofferenze. Ecco quali sono le cinque ferite che possiamo provare a cercare dentro di noi. Almeno una di queste potrebbe essere presente senza che ne siamo ancora consapevoli. Provate a riconoscere le cinque ferite e ammirate le fantastiche illustrazioni di Somaramos.

1) Rifiuto
La ferita emotiva del rifiuto è una delle più profonde. Non porta tanto al rifiuto degli altri, quanto alla non accettazione di se stessi e alla svalutazione delle proprie capacità. Non amare se stessi, però, conduce a non riuscire ad amare gli altri e la situazione in questo modo diventa ancora più tragica. Le persone con la ferita del rifiuto vorrebbero vivere sempre nascoste e sentirsi quasi invisibili. Fuggono dalle sfide. Di solito sono degli intellettuali che scelgono la solitudine e che faticano a gestire le emozioni lasciandosi sopraffare da esse. Sono delle persone introspettive, dotate di una spiccata capacità di osservazione e di grande intuito.
2) Abbandono
Persone che portano dentro di sé la ferita dell’abbandono difficilmente riescono a trascorrere del tempo da sole nella vita. Soffrono molto la solitudine e sono sempre alla ricerca di qualcuno che possa fare loro compagnia. Si trovano in una situazione di forte carenza d’affetto di cui a volte non riescono a dare spiegazione né a se stessi né agli altri. Tendono a preoccuparsi molto e con largo anticipo se sanno che dovranno affrontare un evento problematico. Desiderano impegnarsi per un obiettivo comune e spesso amano fare parte di gruppi e associazioni che rispecchino i loro ideali
3) Umiliazione
Chi ha dentro di sé la ferita dell’umiliazione di solito tende ad impegnarsi al massimo nei propri progetti e a dare tutto se stesso nel lavoro di gruppo. La preferenza di queste persone è per i lavori pratici e artigianali, in cui possano esprimere le proprie capacità dando vita a qualcosa di concreto e di visibile che possa attrarre l’attenzione degli altri. Nello stesso tempo la ferita dell’umiliazione può portare a provare vergogna e senso di inferiorità. Può essere presente la tendenza a soddisfare prima di tutto le esigenze degli altri invece di dare la precedenza alle proprie necessità. Empatia e ipersensibilità sono tra le caratteristiche principali delle persone con la ferita dell’umiliazione.
4) Tradimento
Ferita emotiva del tradimento è legata alla fiducia che ad un certo punto è venuta a mancare. Ad esempio si potrebbe essere vittime di una promessa non mantenuta o di un’aspettativa non raggiunta. Chi ha dentro di sé la ferita del tradimento pretende molto sia da se stesso che dagli altri e non ama mostrare segni di debolezza. Le ricche aspettative per il futuro a volte possono diventare un ostacolo perché impediscono di vivere al meglio il presente. Le persone con questa ferita spesso cercano di tenere sotto controllo gli eventi e chi le circonda.
5) Ingiustizia
Le persone che hanno subito un’ingiustizia e che ne sono state ferite profondamente vivono troppo concentrate sul proprio dovere e tendono a privarsi di ogni piacere perché credono di non meritare qualcosa di bello nella vita e perché sono convinte che portando sempre a termine al meglio i propri compiti otterranno la perfezione e una sorta di riscatto. A volte le ferite emotive si manifestano nella struttura fisica delle persone. La ferita dell’ingiustizia porta ad avere un portamento rigido, eretto e fiero. Le persone ferite dall’ingiustizia tendono essere molto precise e ordinate.

sabato 17 ottobre 2015

LE MASCHERE

Le maschere o finzioni funzionali secondo la psicologia

Chi è “ingabbiato nella maschera” non vede il proprio Sé ma coglie in essa l’unico ed esclusivo modo di esserci. Le maschere o “finzioni funzionali” o “rappresentazioni abituali del falso Sé” o “enneatipi in regressione” più frequenti sono:

La maschera persecutoria

Le azioni della quale si concentrano sulle seguenti modalità comportamentale: il ricattare e l’intimidire, con il ricorso ad un atteggiamento aggressivo verbale e fisico; il chiedere con comportamenti arroganti, vendicativi, colpevolizzanti e pretenziosi; la colpevolizzazione.

La maschera narcisistica

Rappresentata da un eccesso di innocenza o ingenuità o falsa e melensa modestia, attraverso la quale il soggetto, impossibilitato a vedere l’altro per quello che è tende ad idealizzarlo o a manipolarlo.

La maschera vittimistica o depressiva

Si manifesta con la tendenza alla svalutazione di sé per avere il controllo dell’altro. E’ una delle forme di manipolazione più potente che esista.


La maschera del salvatore

Si manifesta attraverso il soccorrere, l’iper-accudire, un’accentuata sollecitudine a soddisfare tutte le necessità dell’altro per renderlo ulteriormente dipendente.

La maschera dell’evitante

Il soggetto, al fine di evitare una condizione di assorbimento intersoggettivo  che lo porrebbe nella condizione di sentirsi invaso dall’altro, reagisce assumendo un atteggiamento di freddezza, noncuranza, assenza di passione e cinico distacco.

La maschera del manipolatore affettivo

Il soggetto cerca di corrompere l’altro, con il potere, il denaro, l’amore, il sesso, la generosità, l’adulazione, la compiacenza, lo squadro magnetico e il fascino.

La maschera del dipendente

Si manifesta attraverso l’elemosinare affetto e il pietire l’amore dell’altro.

La maschera della falsa ricettività o remissiva compiacenza

Si manifesta nella forma della falsa disponibilità o della compiacenza o nel non dire mai di no di fronte ad ogni richiesta.

La maschera della falsa passività

Si manifesta attraverso il mancato coinvolgimento affettivo, energetico e la paura di amare, con l’intento non solo di deresponsabilizzarsi, ma soprattutto di ottenere che l’altro faccia qualcosa al nostro posto.

La maschera della falsa autosufficienza

Nasconde la paura di essere rifiutato ed abbandonato.

Per concludere…

Se la  maschera è “di inadeguatezza” ecco che la visione del mondo sarà caratterizzata da insicurezza, senso di difficoltà, paura, svalutazione e diffidenza nei confronti dell’esterno: questa “maschera”, anche se non corrisponde alla vera identità del soggetto – che avrà ovviamente anche altre qualità –  farà sì che lo stesso venga percepito come un soggetto di cui  “diffidare” in quanto persona piena di difficoltà e di difese che non stimolano fiducia negli altri.

Ecco che la maschera – il nostro falso Sé – si impadronisce della nostra essenza non permettendoci di contattarla anzi, finisce per produrre pensieri e comportamenti che attraggono esattamente l’uguale.

Una maschera troppo rigida tende a portare a regressioni il che può essere un vero pericolo per la psiche che si trova a non avere un sufficiente spazio per crescere.

E’ quindi importantissimo capire bene quali sono le “maschere” che abbiamo dovuto indossare in modo da utilizzarle al meglio per sviluppare le qualità e capacità intrinseche che possono poi guidarci alla costruzione della reale identità dell’Io.

Per evolvere, conoscere ed amare in autenticità d’intenti, per guarire le nostre relazioni ed il nostro corpo, occorre che diventiamo consapevoli delle nostre maschere e del modo in cui ci imprigionano nelle nostre quotidiane menzogne.

Testo parziale tratto da “La natura dei conflitti” di F. Manetti”

Impara a dire NO

Un’abilità che molte persone di successo possiedono è la sottile arte di dire no a quelle attività che non sono tra le priorità. Saper dire di no ti consente di focalizzarti sulle cose veramente importanti. Hai solo 24 ore in un giorno e se non impari a dire no alle cose che non sono importanti le priorità delle altre persone prenderanno il sopravvento sulle tue e sarai sommerso da impegni e progetti di altri.
Come se non bastassero i propri :-)
Come prima cosa devi convincerti che tu e le tue priorità siete importanti e questa per molti è probabilmente la parte più difficile nell’imparare a dire no. Un’altra cosa importante è capire che dire di no non significa essere scortesi (se lo si fa con i giusti modi) ma saper mettere i paletti e far valere se stessi. Detto in una sola parola: avere più assertività.
Impara  quindi a dire no a tutti quegli impegni che ti sembra di essere obbligato a dover fare. La cena aziendale, il raduno di ex compagnie, ….
Certo come  introverso “inside”  ti ho citato solo eventi sociali :-)  ma scommetto che anche tu hai una bella lista di impegni ed eventi che sistematicamente ti fanno perdere un sacco di tempo, dove non ti diverti ma che per un motivo o per un altro ti trovi “costretto” a fare e, spesso, in cui le priorità degli altri prendono il sopravvento sulle tue.
“La più sorprendente scoperta che ho fatto subito dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare!”

Il filo rosso

Una sera, mentre tornava a casa, un bambino incontrò un uomo anziano in piedi sotto il chiaro di luna. L’uomo disse al bambino che era legato alla sua futura moglie da un filo rosso, e gli indicò la donna alla quale era destinato.
Il bambino, al quale non interessava per nulla conoscere la sua “futura” sposa, lanciò una pietra alla bambina e fuggì.

Anni dopo, il ragazzo si era trasformato in un giovane uomo ed i suoi genitori si preoccuparono di organizzargli il matrimonio, cercando la moglie ideale per lui, come si usava all’epoca in quella cultura. Trovata la compagna e concluso il matrimonio, la prima notte di nozze la moglie venne raggiunta dal marito nella sua stanza, la giovane donna aveva il volto coperto da un velo. Togliendo il velo il giovane vide per la prima volta la bellezza di sua moglie e ne restò meravigliato, ma notò anche un ornamento che la ragazza portava sul sopracciglio. Allora il ragazzo chiese a sua moglie cosa nascondesse l’adorno.

Lei gli raccontò che da bambina, una notte di luna piena, incontrò un bambino che gli lanciò un sasso causandogli una ferita che gli aveva lasciato una brutta cicatrice. L’ornamento serviva a coprire il segno di quella notte.

Il giovane non sapeva che quella notte della sua infanzia, il vecchio da lui incontrato non era altri che Yue Xia Lao, un uomo che, secondo la leggenda popolare, vive sulla luna e ogni notte esce a cercare tra le anime quelle che sono predestinate. In seguito le lega con un sottile filo rosso in modo che non possano più perdersi.

Questa leggenda cinese, della quale esistono diverse versioni, è conosciuta anche in Giappone e parla dei fili invisibili che ci legano ad altre persone, fili che possono impigliarsi o tendersi, ma mai rompersi.

Paulo Coelho, riflettendo su questa leggenda, disse:

“Dicono che durante tutta la nostra vita abbiamo due grandi amori: uno è quello con cui ci si sposa e si vive per sempre, e che forse sarà il padre o la madre dei nostri figli … Quella persona con la quale si ha la massima compenetrazione e si desidera passare il resto della vita …


E dicono che esista un secondo grande amore, una persona che perderemo sempre. Qualcuno al quale siamo legati dalla nascita, talmente legati che le forze della chimica sfuggendo alla ragione gli impediranno, sempre, di avere un lieto fine. Finché un giorno, entrambi smettono di provarci … Si arrendono, e iniziano a cercare l’altra persona che alla fine troveranno.

Ma vi assicuro che non passerà una sola notte senza bisogno di un altro suo bacio, o almeno di discutere una volta ancora …

Tutti sanno di cosa sto parlando, perché mentre leggevano, gli è venuto in mente il suo nome.
Si libereranno di lui o di lei, smetteranno di soffrire, riusciranno a trovare la pace (la sostituiranno con calma), ma non passerà giorno che non desiderino che sia al loro fianco per disturbarli. Perché, a volte, si libera più energia litigando con qualcuno che ami, piuttosto che facendo l’amore con qualcuno che apprezzi”.

Il filo rosso: Destino o ricordo del passato?

In realtà, il lato più interessante di questa leggenda è che tutti abbiamo diversi fili rossi da seguire e molte decisioni da prendere, soprattutto se vogliamo avanzare nella vita. Alcune di queste decisioni sono davvero dolorose, ma necessarie, altre sono errori, puri e semplici.

Pertanto, nelle nostre relazioni dobbiamo sempre trovare un equilibrio. È tanto dannoso lasciarsi trasportare solo dal cuore quanto lo è seguire solo la ragione. Le persone speciali non sono speciali solo per quello che sono, ma anche per il rapporto che abbiamo instaurato con loro, per i ricordi che abbiamo costruito insieme e, naturalmente, per il momento in cui sono entrate nella nostra vita.

Questa combinazione di fattori crea una relazione unica e irripetibile. Pertanto, farà sempre parte della nostra memoria, e il filo rosso non si romperà. Tuttavia, questo non significa che dovremmo restare legati al passato pensandoci continuamente. Invece, a questo punto è importante imparare a ricordare, senza dolore, senza rancore e senza nostalgia.

Siamo tutti legati da fili invisibili alle persone importanti del nostro passato, ma questo non dovrebbe impedirci di vivere nel presente. Quei fili rossi non devono trasformarsi in pesanti fardelli ma piuttosto in ponti che ci collegano a ciò che siamo stati. Non possiamo dimenticare le persone che amiamo, ma possiamo imparare a convivere con ciò senza che presupponga un peso per il nostro presente. Il filo rosso non deve limitare il nostro futuro, piuttosto deve diventare un bel ricordo del nostro

D.tofi
www.psico-life.it
danielatofi@hotmail.com

venerdì 16 ottobre 2015

La lagnanza e le chiacchiere, quali gli effetti? La lagnanza e la chiacchiera sono il frutto di un atteggiamento arcaico...una strategia di sopravvivenza..adottata dal nostro inconscio...per liberarci di stati emotivi e mentali aberranti. Ma cosa succede a chi le subisce?

La lagnanza e la chiacchiera sono il frutto di un atteggiamento arcaico, una strategia di sopravvivenza,  adottata dal nostro inconscio per liberarci di stati emotivi e mentali aberranti.
Le lamentele vanno a scapito di chi le subisce...
È  stato scientificamente provato, che le onde magnetiche caratteristiche  delle lamentele e delle chiacchiere, spengono letteralmente i NEURONI DELL'IPPOCAMPO , preposti tra l'altro alla risoluzione dei problemi. Rimanere esposti per più  di 30 minuti a lagnanze, negatività  e chiacchiere superflue provoca danni effettivi a livello cerebrale, sia che provengono da persone in carne ed ossa che dai media, in primis televisione.
Cosa fare difronte a manifestazioni  del genere?
I media si possono spegnere, escludere. Con le persone si può invece dirottare la conversazione  verso argomenti  propositivi, o addirittura..suggerire al lamentoso. ..di fare tre respiri profondi, espirando forte con la bocca per far uscire il negativo.

Naturalmente noi stessi dovremmo evitare di cadere in lagnanze e inutili chiacchiere, consapevoli che oltre a nuocere a chi ci sta intorno, stiamo letteralmente sprecando la nostra energia. Siamo così  abituati a lamentarci ed ascoltare le lamentele, da essere perfino assuefatti.

Ma se ascoltare le lamentele degli altri spegne i neuroni, quando siamo noi a farlo...cosa succede?
Fisiologicamente, le cellule del nostro cervello si specializzano  con contenuti di basso livello, perdendo nel tempo la creatività  e la capacità  di risolvere le situazioni critiche, uscire dalle difficoltà e mettere in moto l'inventiva,  cosa che si sviluppa normalmente  nelle persone che invece di scegliere la lamentela, trasformano le "crisi" in opportunità.

Un cervello in movimento, volto continuamente a creare,  permette nell'insieme di essere più  consapevoli di sé stessi e di ciò  che lo circonda.
Più  i miei pensieri sono negativi, orientati alla mia sfortuna, alla crisi, al lavoro che scarseggia, al politico che si fa le vacanze di lusso alla faccia del popolo che non c'è la fa, ecc. più  sto nutrendo di energia quella situazione.
Psicologicamente si creerà un circolo vizioso, per cui tali pensieri negativi diverranno l'unica realtà  possibile, moltiplicando proprio  quelle situazioni che confermano questo processo.
Può  capitare di vivere in contesti  nei quali siamo sottoposti a forti pressioni e disequilibri, ambienti carichi di stress e negatività  che agiscono come dei virus, su tutti i fronti: mentale, emozionale e fisico. È  altresi' vero che più  innalzamento il livello energetico, più  la realtà  circostante reagisce alla nostra qualità vibrazionale. Non solo attraiamo nella nostra vita situazioni e persone affini a ciò  che siamo, ma influiamo POSITIVAMENTE  sull'ambiente che ci circonda e sulle persone con cui ci relazioniamo.

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